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Tiny Interviews

Coppie aperte

Marco Focchi*

PRIMA DOMANDA

Ultimamente tanto al cinema, come in serie TV e nel discorso sociale, si parla di “coppie aperte”, l’opzione di “aprire la coppia” appare sempre più frequentemente nel contemporaneo. Cosa cerca una coppia aperta secondo la tua opinione?

Mi sembra che il fenomeno della coppia aperta vada letto innanzitutto sullo sfondo di una trasformazione più generale del legame sociale e del mondo e del modo in cui concepiamo la libertà individuale, anche se la coppia aperta non è una particolare novità della nostra epoca.

Ne è però cambiato il senso. A partire dall’illuminismo, per esempio cambia progressivamente il significato del legame. La coppia non è più pensata come un’istituzione alla quale conformarsi, ma come una costruzione che ciascuno dovrebbe poter definire secondo le proprie preferenze. Man mano che si fa strada l’idea che solo l’amore sia ciò che legittima il matrimonio, è bene, l’amore che legge e singolarizza il partner ma al tempo stesso impone anche un limite.

La coppia aperta si inserisce in questo scenario. Si può rappresentare il tentativo di conservare i vantaggi del legame senza accettarne i limiti, di mantenere una relazione stabile senza rilanciare ad altre possibilità che la vita offre. E in questo l’idea, l’ideologia neoliberista tende a farci credere che ogni rinuncia sia una limitazione indebita, che una vita riuscita sia quella in cui le possibilità rimangono sempre aperte. Allora la coppia aperta può apparire come una soluzione: si conserva il legame cercando di non sacrificare nessuna possibilità. Naturalmente non tutte le coppie aperte rispondono a questa logica. E comunque non possiamo imputare tutto al neoliberismo. Ci sono le esperienze della comune degli anni 60, gli anni della rivoluzione sessuale, che andavano nel senso della libera moltiplicazione dei rapporti e Lacan non manca di notare che furono un fallimento.

SECONDA DOMANDA

Che lettura può fare la psicoanalisi sulla scelta di aprire la coppia? sotto quali prospettive può essere letto? È una diffesa, una fantasia, una soluzione? Che posto ha l’amore in una coppia aperta?

Se partiamo dalla psicoanalisi possiamo chiederci quale concezione del soggetto e del desiderio sostenga questa scelta della copia aperta. Perché sappiamo da Freud che una relazione d’amore è fatta da una corrente di tenerezza e di una di erotismo. È possibile scinderle?

Direi, naturalmente è possibile. Il triangolo borghese raccontato dai romanzi dell’Ottocento ne è l’illustrazione più palmare in chiave tragica o in chiave comica. Il punto è se sia possibile farlo contrattualmente, cioè mantenere l’unicità del legame d’amore e liberare il molteplice dell’erotismo.

Nella cultura contemporanea, l’individuo è spesso concepito come il proprietario di se stesso, delle proprie preferenze, delle proprie possibilità. È l’interpretazione contemporanea della libertà che viene letta come “avere il pieno controllo di sé”, senza consentire che un legame restringa il campo dell’opzione disponibile.

Ma questa concezione evidentemente incontra un problema quando si tratta dell’amore. Amare qualcuno significa entrare in una relazione nella quale siamo esposti alla contingenza. All’amore si accede attraverso la mancanza, mi manca qualcuno, “perché mi manchi che ti voglio”, e perché l’altro mi manca e non attraverso il controllo o il dominio.

Non possiamo garantire in anticipo che cosa proveremo, ne decidere che cosa significherà per noi l’incontro con un altro.

Una certa rappresentazione contemporanea della coppia sembra voler trasformare anche il legame amoroso, in un sistema di regole negoziabili. Come se si dovessero definire preventivamente le condizioni alle quali nessuno dovrebbe sentirsi limitato o ferito.

Il fatto è che nel l’amore possiamo avere tutto il bene e tutto il male, perché non c’è niente di più straziante degli amori non corrisposti. Ma è questo motivo per non entrarvi?

Su questo la psicoanalisi ha qualcosa da dire. Il soggetto non coincide con l’individuo consapevole che dichiara le proprie preferenze. Il desiderio non è una semplice volontà individuare che si possa soddisfare attraverso un numero sufficiente di possibilità. Non è detto che moltiplicare le opzioni significhi potenziare il desiderio, ne che eliminare i vincoli renda più liberi.

Quanto all’amore oggi si cerca di non farlo coincidere con il possesso, il tema che

viene dalla cronaca, dai femminicidi. Il fatto è che l’amore singolarizza: “voglio te perché sei tu” e non penserei che la sua verità, dell’amore, consista nel rimuovere ogni limite. L’amore mette in gioco il posto che l’altro occupa per noi e questo posto non è regolato dalle convenzioni sociali.

Sono sfondo c’è tuttavia il grande problema della divergenza tra l’amore e il godimento. Problema tradizionalmente sentito più dalla componente maschile della coppia ma oggi ampiamente diffuso anche dalla parte femminile. La domanda è se la apertura sia una scelta che due soggetti riescono effettivamente a sostenere oppure se diventi l’espressione d’un imperativo contemporaneo, non lasciarsi sfuggire nulla, non rinunciare a nulla, non dipendere da nessuno.

TERZA DOMANDA

Si può, oggi, fare una prima interpretazione di questa nuova configurazione?

Credo che si possa tentare un’interpretazione della nuova forma di legame che la coppia libera propone, collegandole alla diffusione di un modello individualistico nel quale la libertà viene identificata con la possibilità di scegliere senza vincoli. L’individuo è chiamato a essere autore della propria vita, a costruire la propria identità, a definire autonomamente le proprie relazioni.

Anche il legame amoroso tende così a essere concepito come un progetto individuale da mantenere finché corrispondere le proprie aspettative. Questo modello però presenta una contraddizione. Da una parte, ci si aspetta che il legame offra stabilità, riconoscimento, sicurezza. Dall’altra, si vuole evitare che comporti una limitazione della libertà personale. Si vorrebbe avere una relazione senza che questa imponga una rinuncia, un impegno. che non metta in questione l’autonomia, un legame che non restringa le possibilità future. La coppia aperta può diventare allora una figura particolarmente interessante di questa contraddizione: si cerca di mantenere il legame e insieme di preservare l’indipendenza individuale.

Ma la questione non si risolve semplicemente stabilendo regole diverse. Il problema è più generale. E riguarda il modo in cui pensiamo la relazione tra libertà e legame. C’è inoltre un paradosso: una cultura che invita ciascuno a liberarsi dai vincoli può trasformare la libertà stessa in un obbligo. Bisogna essere autonomi, disponibile alle esperienze, capaci di gestire le emozioni, di negoziare i confini e di non lasciarsi imprigionare da forme considerate superate. In questo modo una possibilità legittima rischia di diventare una nuova norma. Non si tratta di rimpiangere la coppia tradizionale, ne di difendere a spada tratta, l’esclusività, dipende dai temperamenti.

La psicoanalisi può piuttosto mostrare che nessuna forma di relazione ci mette al riparo dalle contraddizioni del desiderio e che nessuna ingegneria del legame può abolire la dimensione dell’inconscio e le sorprese che ci riserva.

QUARTA DOMANDA

Nella tua esperienza clinica, vivere la coppia in questo modo, ovvero senza il vincolo dell’esclusività tra partners, ha “risolto” qualcosa? Potresti fare una previsione su come finiscono questi tentativi? Si tratta di una opzione che si sente tra le tante possibilità e universi che hanno i pazienti oggi?

Sull’esito delle coppie aperte non credo sia possibile fare previsioni generali. Semplicemente perché non possiamo dedurre il destino di una relazione dalla sua forma.

Quello che interessa la psicoanalisi non è stabilire se una coppia aperta funzioni in meglio o peggio di una coppia esclusiva, ma comprendere che cosa ciascun soggetto cerchi nel legame e quale significato assuma per lui la possibilità di aprirlo.

Spesso i pazienti arrivano quando il dispositivo della coppia aperta si inceppa, mostrando che la gelosia non è un semplice residuo culturale da superare, ma tocca il nucleo del rapporto con l’oggetto prezioso e insostituibile.

Ho visto coppie dove diventare aperte significava per uno dei due partner accettare passivamente, subire in un certo senso, l’esigenza dell’altro, per non perderlo, soffocando così il proprio spazio sentimentale. E ho visto coppie aperte dove a un certo punto, nella moltiplicità degli incontri, uno diventava speciale e scattava l’amore. Il nuovo amore è la grande incognita della coppia aperta, molto più che non la moltiplicazione degli incontri erotici.

Alcune coppie riescono bene a separare l’amore dal godimento e non da oggi, per esempio nel circolo del Bloomdsbury, all’inizio del Novecento, i suoi membri sperimentarono forme non convenzionali di convivenza, relazioni extraconiugali, libertà sessuale, mettendo in discussioni i codici morali dell’età vittoriana.

È però interessante osservare come oggi questa opzione sia entrata nel repertorio delle forme di vita che possono essere immaginate e discusse. Il paziente non porta più soltanto il problema di un tradimento, di una trasgressione. Può portare anche il progetto di una relazione nella quale l’esclusività non sia prevista. E questo cambia in modo in cui la questione viene formulata. Perché ciò che un tempo poteva presentarsi come una rottura della regola, oggi può essere pensato come una nuova regola, una regola alternativa.

Resta da vedere che cosa accade quando una possibilità astratta diventa un’esperienza concreta, perché passare dal fantasma della realtà può avere effetti imprevedibili.

Un accordo può definire ciò che è consentito, ma non può stabilire in anticipo quali effetti avrà l’incontro con un altro partner, se susciterà la gelosia, quale posto assumerà il nuovo legame o come cambierà rapporto tra i due.

La libertà di scegliere le regole non equivale alla possibilità di determinare tutto ciò che accadrà. Per questo distinguerei la pratica della coppia aperta, dalla risoluzione o semplicemente dalla possibilità di affrontare diversamente il problema del desiderio.

Una coppia può trovare, attraverso la apertura, un assetto che le consenta di proseguire la relazione, ma questo non significa che siano scomparse le questioni che attraversano il legame amoroso: la dipendenza, la rivalità, la perdita, il desiderio, la relazione con l’altro.

Possiamo dire che la coppia aperta funzioni meglio del triangolo borghese raccontatoci dai romanzi del 1800? Su questo non saprei cosa rispondere.

Ma è interessante notare che si sta facendo luce oggi un’altra tematica: quella del poliamore; che non è la moltiplicazione dei legami sessuali mantenendo l’unicità dell’amore, è qualcosa che si spinge più in là, che osa di più, in un certo senso e che mette in questione proprio questo ultimo punto: l’unicità dell’amore. Esiste un mondo di amori paralleli? alcuni ci stanno provando.

* Psychoanalyst member of the WAP and SLP. Practices psychoanalysis in Milán

PRIMA DOMANDA

Ultimamente tanto al cinema, come in serie TV e nel discorso sociale, si parla di “coppie aperte”, l’opzione di “aprire la coppia” appare sempre più frequentemente nel contemporaneo. Cosa cerca una coppia aperta secondo la tua opinione?

Mi sembra che il fenomeno della coppia aperta vada letto innanzitutto sullo sfondo di una trasformazione più generale del legame sociale e del mondo e del modo in cui concepiamo la libertà individuale, anche se la coppia aperta non è una particolare novità della nostra epoca.

Ne è però cambiato il senso. A partire dall’illuminismo, per esempio cambia progressivamente il significato del legame. La coppia non è più pensata come un’istituzione alla quale conformarsi, ma come una costruzione che ciascuno dovrebbe poter definire secondo le proprie preferenze. Man mano che si fa strada l’idea che solo l’amore sia ciò che legittima il matrimonio, è bene, l’amore che legge e singolarizza il partner ma al tempo stesso impone anche un limite.

La coppia aperta si inserisce in questo scenario. Si può rappresentare il tentativo di conservare i vantaggi del legame senza accettarne i limiti, di mantenere una relazione stabile senza rilanciare ad altre possibilità che la vita offre. E in questo l’idea, l’ideologia neoliberista tende a farci credere che ogni rinuncia sia una limitazione indebita, che una vita riuscita sia quella in cui le possibilità rimangono sempre aperte. Allora la coppia aperta può apparire come una soluzione: si conserva il legame cercando di non sacrificare nessuna possibilità. Naturalmente non tutte le coppie aperte rispondono a questa logica. E comunque non possiamo imputare tutto al neoliberismo. Ci sono le esperienze della comune degli anni 60, gli anni della rivoluzione sessuale, che andavano nel senso della libera moltiplicazione dei rapporti e Lacan non manca di notare che furono un fallimento.

SECONDA DOMANDA

Che lettura può fare la psicoanalisi sulla scelta di aprire la coppia? sotto quali prospettive può essere letto? È una diffesa, una fantasia, una soluzione? Che posto ha l’amore in una coppia aperta?

Se partiamo dalla psicoanalisi possiamo chiederci quale concezione del soggetto e del desiderio sostenga questa scelta della copia aperta. Perché sappiamo da Freud che una relazione d’amore è fatta da una corrente di tenerezza e di una di erotismo. È possibile scinderle?

Direi, naturalmente è possibile. Il triangolo borghese raccontato dai romanzi dell’Ottocento ne è l’illustrazione più palmare in chiave tragica o in chiave comica. Il punto è se sia possibile farlo contrattualmente, cioè mantenere l’unicità del legame d’amore e liberare il molteplice dell’erotismo.

Nella cultura contemporanea, l’individuo è spesso concepito come il proprietario di se stesso, delle proprie preferenze, delle proprie possibilità. È l’interpretazione contemporanea della libertà che viene letta come “avere il pieno controllo di sé”, senza consentire che un legame restringa il campo dell’opzione disponibile.

Ma questa concezione evidentemente incontra un problema quando si tratta dell’amore. Amare qualcuno significa entrare in una relazione nella quale siamo esposti alla contingenza. All’amore si accede attraverso la mancanza, mi manca qualcuno, “perché mi manchi che ti voglio”, e perché l’altro mi manca e non attraverso il controllo o il dominio.

Non possiamo garantire in anticipo che cosa proveremo, ne decidere che cosa significherà per noi l’incontro con un altro.

Una certa rappresentazione contemporanea della coppia sembra voler trasformare anche il legame amoroso, in un sistema di regole negoziabili. Come se si dovessero definire preventivamente le condizioni alle quali nessuno dovrebbe sentirsi limitato o ferito.

Il fatto è che nel l’amore possiamo avere tutto il bene e tutto il male, perché non c’è niente di più straziante degli amori non corrisposti. Ma è questo motivo per non entrarvi?

Su questo la psicoanalisi ha qualcosa da dire. Il soggetto non coincide con l’individuo consapevole che dichiara le proprie preferenze. Il desiderio non è una semplice volontà individuare che si possa soddisfare attraverso un numero sufficiente di possibilità. Non è detto che moltiplicare le opzioni significhi potenziare il desiderio, ne che eliminare i vincoli renda più liberi.

Quanto all’amore oggi si cerca di non farlo coincidere con il possesso, il tema che

viene dalla cronaca, dai femminicidi. Il fatto è che l’amore singolarizza: “voglio te perché sei tu” e non penserei che la sua verità, dell’amore, consista nel rimuovere ogni limite. L’amore mette in gioco il posto che l’altro occupa per noi e questo posto non è regolato dalle convenzioni sociali.

Sono sfondo c’è tuttavia il grande problema della divergenza tra l’amore e il godimento. Problema tradizionalmente sentito più dalla componente maschile della coppia ma oggi ampiamente diffuso anche dalla parte femminile. La domanda è se la apertura sia una scelta che due soggetti riescono effettivamente a sostenere oppure se diventi l’espressione d’un imperativo contemporaneo, non lasciarsi sfuggire nulla, non rinunciare a nulla, non dipendere da nessuno.

TERZA DOMANDA

Si può, oggi, fare una prima interpretazione di questa nuova configurazione?

Credo che si possa tentare un’interpretazione della nuova forma di legame che la coppia libera propone, collegandole alla diffusione di un modello individualistico nel quale la libertà viene identificata con la possibilità di scegliere senza vincoli. L’individuo è chiamato a essere autore della propria vita, a costruire la propria identità, a definire autonomamente le proprie relazioni.

Anche il legame amoroso tende così a essere concepito come un progetto individuale da mantenere finché corrispondere le proprie aspettative. Questo modello però presenta una contraddizione. Da una parte, ci si aspetta che il legame offra stabilità, riconoscimento, sicurezza. Dall’altra, si vuole evitare che comporti una limitazione della libertà personale. Si vorrebbe avere una relazione senza che questa imponga una rinuncia, un impegno. che non metta in questione l’autonomia, un legame che non restringa le possibilità future. La coppia aperta può diventare allora una figura particolarmente interessante di questa contraddizione: si cerca di mantenere il legame e insieme di preservare l’indipendenza individuale.

Ma la questione non si risolve semplicemente stabilendo regole diverse. Il problema è più generale. E riguarda il modo in cui pensiamo la relazione tra libertà e legame. C’è inoltre un paradosso: una cultura che invita ciascuno a liberarsi dai vincoli può trasformare la libertà stessa in un obbligo. Bisogna essere autonomi, disponibile alle esperienze, capaci di gestire le emozioni, di negoziare i confini e di non lasciarsi imprigionare da forme considerate superate. In questo modo una possibilità legittima rischia di diventare una nuova norma. Non si tratta di rimpiangere la coppia tradizionale, ne di difendere a spada tratta, l’esclusività, dipende dai temperamenti.

La psicoanalisi può piuttosto mostrare che nessuna forma di relazione ci mette al riparo dalle contraddizioni del desiderio e che nessuna ingegneria del legame può abolire la dimensione dell’inconscio e le sorprese che ci riserva.

QUARTA DOMANDA

Nella tua esperienza clinica, vivere la coppia in questo modo, ovvero senza il vincolo dell’esclusività tra partners, ha “risolto” qualcosa? Potresti fare una previsione su come finiscono questi tentativi? Si tratta di una opzione che si sente tra le tante possibilità e universi che hanno i pazienti oggi?

Sull’esito delle coppie aperte non credo sia possibile fare previsioni generali. Semplicemente perché non possiamo dedurre il destino di una relazione dalla sua forma.

Quello che interessa la psicoanalisi non è stabilire se una coppia aperta funzioni in meglio o peggio di una coppia esclusiva, ma comprendere che cosa ciascun soggetto cerchi nel legame e quale significato assuma per lui la possibilità di aprirlo.

Spesso i pazienti arrivano quando il dispositivo della coppia aperta si inceppa, mostrando che la gelosia non è un semplice residuo culturale da superare, ma tocca il nucleo del rapporto con l’oggetto prezioso e insostituibile.

Ho visto coppie dove diventare aperte significava per uno dei due partner accettare passivamente, subire in un certo senso, l’esigenza dell’altro, per non perderlo, soffocando così il proprio spazio sentimentale. E ho visto coppie aperte dove a un certo punto, nella moltiplicità degli incontri, uno diventava speciale e scattava l’amore. Il nuovo amore è la grande incognita della coppia aperta, molto più che non la moltiplicazione degli incontri erotici.

Alcune coppie riescono bene a separare l’amore dal godimento e non da oggi, per esempio nel circolo del Bloomdsbury, all’inizio del Novecento, i suoi membri sperimentarono forme non convenzionali di convivenza, relazioni extraconiugali, libertà sessuale, mettendo in discussioni i codici morali dell’età vittoriana.

È però interessante osservare come oggi questa opzione sia entrata nel repertorio delle forme di vita che possono essere immaginate e discusse. Il paziente non porta più soltanto il problema di un tradimento, di una trasgressione. Può portare anche il progetto di una relazione nella quale l’esclusività non sia prevista. E questo cambia in modo in cui la questione viene formulata. Perché ciò che un tempo poteva presentarsi come una rottura della regola, oggi può essere pensato come una nuova regola, una regola alternativa.

Resta da vedere che cosa accade quando una possibilità astratta diventa un’esperienza concreta, perché passare dal fantasma della realtà può avere effetti imprevedibili.

Un accordo può definire ciò che è consentito, ma non può stabilire in anticipo quali effetti avrà l’incontro con un altro partner, se susciterà la gelosia, quale posto assumerà il nuovo legame o come cambierà rapporto tra i due.

La libertà di scegliere le regole non equivale alla possibilità di determinare tutto ciò che accadrà. Per questo distinguerei la pratica della coppia aperta, dalla risoluzione o semplicemente dalla possibilità di affrontare diversamente il problema del desiderio.

Una coppia può trovare, attraverso la apertura, un assetto che le consenta di proseguire la relazione, ma questo non significa che siano scomparse le questioni che attraversano il legame amoroso: la dipendenza, la rivalità, la perdita, il desiderio, la relazione con l’altro.

Possiamo dire che la coppia aperta funzioni meglio del triangolo borghese raccontatoci dai romanzi del 1800? Su questo non saprei cosa rispondere.

Ma è interessante notare che si sta facendo luce oggi un’altra tematica: quella del poliamore; che non è la moltiplicazione dei legami sessuali mantenendo l’unicità dell’amore, è qualcosa che si spinge più in là, che osa di più, in un certo senso e che mette in questione proprio questo ultimo punto: l’unicità dell’amore. Esiste un mondo di amori paralleli? alcuni ci stanno provando.

* Psychoanalyst member of the WAP and SLP. Practices psychoanalysis in Milán

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